Un vero Tesoro: piu’ di 170 creazioni di oreficeria, argenteria, gioielleria comprendente braccialetti, collane, anelli e orecchini, oltre a borsette, accendini, scatole, portasigarette, vasi, anfore, animali e centrotavola.
La Collezione Storica Buccellati comprende principalmente oggetti realizzati dagli anni ’20 ai primi anni ’60 ed alcuni oggetti, ad esempio i portasigarette, che sono fedele copia di quelli che si usavano ai tempi di D’Annunzio.
Il legame tra Buccellati ed il Vate si rafforzo’ nel tempo portando il Poeta a nominare l’orafo milanese “Principe degli Orafi” attribuendogli il titolo di “Mastro Paragon Coppella”.
Ogni oggetto e’ un pezzo unico se non addirittura un miracolo di artigianato. E pura arte. E soprattutto ogni creazione di Federico Buccellati contiene in se’ un’impronta distintiva che la rende esclusiva quanto unica
La maggior parte di questi oggetti proviene dalla Collezione Storica di Mario Buccellati, padre di Federico e fondatore, a Milano nel 1919 della ditta Buccellati.
Buccellati e’ stato da sempre un inconfondibile sinonimo di eleganza stabilendo un punto di riferimento nel design e nella bellezza delle proprie inconfondibili creazioni. E’ famoso nel mondo per il proprio unico modo di incisione dell’oro e dell’argento e per trarre fonte di ispirazione dallo splendore del Rinascimento.
Quando si parla di esclusivita’ gli oggetti creati da sempre da Buccellati sono un punto di riferimento; non e’ importante quali materiali vengano usati: la realizzazione praticamente “su misura” di qualsiasi oggetto permette un’ampia possibilita’ di personalizzazione sia della gioielleria che dell’argenteria.

MARIO BUCCELLATI e GABRIELE D’ANNUNZIO

L’incontro di Mario Buccellati con D’Annunzio fu uno di quegli eventi felici, nella storia della produzione d’arte, che agiscono come catalizzatori di latenti energie e consentono all’immaginazione di giungere a identificarsi con uno stile personale.
Buccellati si era formato in un periodo – quello subito a ridosso del Liberty – e in un ambiente – la ditta Beltrami e Besnati , dove aveva fatto il suo apprendistato e aveva acquistato padronanza nel mestiere – che rifuggiva da ardimenti stilistici e concepiva il gioiello come depositario di forme e caratteri legati alla più eletta tradizione.
Nel 1919, inoltre, quando egli aprì una bottega in proprio, l’atmosfera che si respirava negli ambienti artistici, e in particolare quelli delle arti decorative, era in opposizione ai modelli Liberty e di recupero, viceversa, dell’artigianato di linea classica, cioè rinascimentale: questo proprio a Milano, sede di laboratori e di scuole avanzate nella qualità operativa e nel gusto.
Nella stessa Milano, per altro, come in numerosi luoghi deputati della cultura artistica europea, si incominciavano a profilare gli accenni di un gusto nuovo, che sarebbe stato l’erede ed il contraltare del Liberty: il Decò.
Ma il Decò si presentava come uno stile asettico, scarno; mentre Buccellati aveva del gioiello una concezione sontuosa, vorrei dire regale.
Fu dunque felice circostanza – non certo casuale, perché D’Annunzio sapeva a chi andava rivolgendosi, ma nondimeno segnata da una speciale fortuna – che, incontrando un interlocutore e un ispiratore come D’Annunzio, la fantasia di Buccellati d’impeto coagulasse e fondesse le istanze proprie e del suo tempo e trovasse la formula dove esprimere il meglio di sé.
D’Annunzio era sicuramente al di fuori delle regole, nutrendosi di un’eclettica capacità di catturare, attraverso i più eterogenei percorsi eruditi, modelli ed immagini di età differenti; e aveva un senso splendido della bellezza.
Tuttavia, non si sottraeva alla cultura del proprio tempo, pur immedesimandovisi con estrosa libertà; la dimora del Vittoriale, che egli si organizzò nel corso degli anni Venti, facendone uno sfaccettato specchio della propria visione delle cose, divenne a poco a poco luogo d’incontro di artisti che, sia pure in forme gradite al Poeta, erano senza dubbio moderni: dall’architetto agli arredatori ai pittori.
E a Mastro Paragon Coppella, dunque, come D’Annunzio denominò il gioielliere e amico Buccellati, con una definizione insieme solenne e arguta, che si deve la sottolineatura di una rivisitazione rinascimentale, non soltanto nella maniera di concepire la decorazione ma nel rapporto insieme affettuoso ed estroso tra artefice e committente. Buccellati dal 1922 al 1936 , quindi pressoché alla conclusione della vita del Poeta, fu l’interprete per antonomasia dei suoi sogni e delle sue fantasie sontuose, realizzando per lui una serie di gioielli impareggiabili che, mentre corrispondevano alle indicazioni anche bizzarre del committente, le riconducevano a una concretezza e forbitezza, a una lucidità espressiva, preziose quanto e più dei materiali usati.
Questi gioielli hanno appunto la fermezza e la purezza di disegno e di esecuzione che conferisce loro una sorta di dignità monumentale; le gemme e i metalli, lavorati con sottigliezza e insieme con solennità del porgere, toccano splendori bizantini. Ma nello stesso tempo, e in particolare nella produzione di più vario e libero utilizzo – cerniere da borsetta, tabacchiere, portasigarette e così via – le soluzioni decorative sono percorse da un evidente brivido moderno, dove il Decò occhieggia negli affusolamenti delle strutture, nelle acri e leggiadre incisioni delle pietre o nella spedita grafia delle decorazioni su metallo.
Nel riconoscere le opere di Buccellati di quel periodo e le opere che seguirono poi sino al dopoguerra, avvertiamo sempre più come la vocazione personale del gioielliere, unita alla magistrale perizia esecutiva, che all’inizio degli anni Venti avevano già ottenuto riconoscimenti cospicui, trovasse nell’incontro con D’Annunzio l’occasione e il modo per esplicarsi e definirsi.